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Un mese fa, una vicina è venuta a chiedere la mano di Lidiya, 58 anni, a casa sua

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…Un giorno andò al negozio, e il tragitto le sembrò più lungo del solito, come se il tempo avesse deciso di mettere alla prova la sua resistenza. La polvere si sollevava sotto i suoi piedi in soffici nuvole, aggrappandosi all'orlo del suo vestito scuro, e il vento le accarezzava dolcemente le ciocche grigie sulle tempie, come se qualcuno di invisibile stesse controllando se avesse dimenticato cosa significasse essere vivi.

Il negozio odorava di pane e legno umido. La commessa contava il resto senza alzare lo sguardo, e il tintinnio secco delle monete risuonava fin troppo distinto nel silenzio, quasi come un rimprovero. Lydia si soffermò davanti alla vetrina un po' più del necessario, studiando il suo riflesso nel vetro. Il suo viso era calmo, quasi severo, ma qualcosa di instabile si celava nelle profondità del suo sguardo, come un sottile strato di ghiaccio su un fiume primaverile.

«Oggi sei particolarmente premurosa», disse improvvisamente una voce alle sue spalle.

Si voltò. Era lui, il vicino. Lo stesso che un mese prima si era presentato alla sua porta, con le braccia goffamente lungo i fianchi, le cui parole le risuonavano ancora nelle orecchie come una strana melodia incompiuta.

«Capita», rispose seccamente, sentendo qualcosa muoversi leggermente nel petto, come un vecchio armadio che non veniva toccato da tempo.

Uscirono insieme. La strada del ritorno era in discesa e i loro passi erano scoordinati, come se ognuno si muovesse secondo i propri tempi. Lui parlò di cose banali – del tempo, di come i meli fossero fioriti in anticipo quest'anno – ma le sue parole le scesero addosso dolcemente, senza intensità, come la prima neve.

Lydia ascoltava e non ascoltava. Mikhail le fluttuava nella mente, non come un'immagine, ma come una sensazione: il peso della sua mano sulla spalla, un colpo di tosse sommesso nella notte, l'odore di tabacco che permeava le pareti di legno. E all'improvviso, inaspettatamente, le sembrò che quei ricordi non svanissero, ma si ritirassero sempre più in profondità, liberando uno spazio che un tempo aveva temuto.

«Non vi metto fretta», disse la vicina mentre si fermavano davanti al suo cancello. «Sappiate solo che sono qui.»

Non la guardò direttamente. Il suo sguardo scivolò lungo la recinzione, lungo i rami del vecchio ciliegio, come se cercasse lì parole che non riusciva a trovare dentro di sé.

Lydia annuì. Non lo invitò in casa, ma non si affrettò a chiudere il cancello quando lui se ne andò. Rimase lì finché la sua figura non scomparve nell'aria serale, e solo allora entrò nel cortile.

La casa la accolse con il suo solito silenzio. Ma oggi era diverso: non opprimente, bensì diffidente, come se le pareti stessero ascoltando. Lydia si tolse il velo e passò la mano sul tavolo, sullo schienale della sedia, sul davanzale, come per controllare che tutto fosse al suo posto.

E all'improvviso le sembrò che in quel silenzio ci fosse qualcosa di estraneo. Non un suono, no. Piuttosto, era l'assenza di qualcosa di familiare, come se un oggetto a cui si era talmente abituata da non farci più caso fosse stato silenziosamente rimosso dalla stanza.

Si fermò in mezzo alla cucina, trattenendo il respiro.

Il cuore batteva regolarmente, ma in modo fin troppo distinto.

E in quel momento, per la prima volta in sei anni, Lydia non pensò a quanto fosse difficile essere sola, ma a come forse non fosse mai stata veramente sola.

Quel pensiero non la spaventò: si insinuò quasi dolcemente nella sua coscienza, come una sottile ragnatela che si nota solo con la giusta angolazione della luce. Lydia non si mosse, si limitò a inclinare leggermente la testa, in ascolto. La casa sembrò trattenere il respiro insieme a lei.

Dalla strada giunse lo scricchiolio di un cancello, di qualcuno, non suo. Poi tutto tornò silenzioso. Ma dentro, persisteva la sensazione che qualcosa di sottile si fosse spostato nella familiare geografia delle stanze. Non mobili, non oggetti, ma qualcosa di più sottile, informe, eppure percepibile, come un cambiamento del tempo.

Lydia entrò lentamente nell'ingresso. Tutto era come anni prima: la fotografia di Mikhail appesa al muro, l'orologio che ticchettava dolcemente, le pesanti tende che avevano assorbito così tanti tramonti da sembrare logore. Si fermò davanti alla fotografia.

"Ecco, Misha..." disse a bassa voce, non tanto aspettandosi una risposta quanto controllando come suonasse la sua voce in quella stanza.

Le parole si dissolsero nell'aria, ma non svanirono. Sembrarono indugiare tra le pareti, riflettersi sul vetro, sul legno, e tornare a lei, già estranee, quasi sconosciute.

Lydia si avvicinò alla finestra. La sera si faceva sempre più densa, come inchiostro versato sull'acqua. Dietro il vetro si ergeva lo stesso ciliegio, i cui rami ondeggiavano leggermente, ma all'improvviso – o almeno così le sembrò – uno di essi toccò il vetro, non dall'esterno, ma dall'interno.

Si voltò di scatto.

Niente. La stanza era rimasta immutata. Eppure... c'era qualcosa di sfuggente nell'aria, come l'odore che precede un temporale, quando la tempesta stessa è ancora lontana ma già sa più cose di te di quante tu ne sappia di lei.

Lydia si sedette senza accendere la luce. Il crepuscolo riempiva lo spazio, sfumando i contorni degli oggetti. Nella penombra, le cose perdevano la loro definizione, e forse era proprio questo l'aspetto più inquietante.

Il suo sguardo si posò sulla porta della camera da letto. Era socchiusa, proprio come l'aveva lasciata quella mattina. O forse... un po' di più?

Non poteva dirlo con certezza.

Lydia si alzò e si diresse lentamente verso di essa. Ogni passo le risuonava sordo nel corpo, come se non stesse camminando sul pavimento, ma nella sua stessa memoria. Si fermò sulla soglia.

Dall'interno non proveniva alcun suono.

Ma era proprio questo l'aspetto strano.

Lei spinse la porta.

La stanza la accolse con lo stesso ordine immobile: un letto rifatto con cura, una coperta piegata, un comodino con un libro che stava leggendo da tre mesi, senza mai superarne la metà. Ogni cosa era al suo posto, eppure sembrava che qualcuno fosse appena stato lì. Senza lasciare traccia, senza alterare alcun dettaglio, eppure cambiando l'atmosfera stessa.

Lydia si avvicinò lentamente al letto e toccò il cuscino.

Caldo.

Ritrasse bruscamente la mano come se si fosse scottata.

E in quel momento le fu chiaro: la solitudine che l'aveva oppressa dall'interno per così tanto tempo non era vuoto.

Era una presenza.

Solo che per tutto questo tempo non sapeva a chi appartenesse.

Lydia non urlò. Non aveva né la forza di temere la paura né l'abitudine di cedere ad essa. Rimase lì, a fissare il cuscino, e lentamente riportò il palmo della mano sul tessuto, ora con più cautela, come qualcuno che si riavvicina a una parola che teme di fraintendere.

Il calore non svanì. Non era fisico, non era il tipo di calore che una persona lascia dietro di sé, ma non era nemmeno il freddo del vuoto. Piuttosto, era una traccia di attenzione. Come se qualcuno avesse pensato a lei a lungo, e quel pensiero, ostinato e concentrato, avesse improvvisamente acquisito peso.

Lydia si sedette sul bordo del letto. Il materasso cedette leggermente, e in quel movimento appena percettibile si percepiva qualcosa di insolito: una reazione ritardata di una frazione di secondo, come se la casa stesse imparando di nuovo a rispondere alla sua presenza.

«Se sei qui...» iniziò, poi tacque.

La frase non necessitava di essere completata. Per la prima volta da anni, non aveva bisogno di terminarla. Ascoltò il silenzio e vi scorse non un suono, ma un ritmo. Sottile, come respirare attraverso un muro. Non esterno, ma interno, in sintonia con il suo eppure estraneo.

Si alzò, si diresse verso il comodino e prese un libro. Girò pagina. La carta frusciò seccamente, ma sotto quel suono c'era qualcos'altro: un suono sommesso, come se qualcuno stesse girando le pagine insieme a lei, ma dall'altro lato, dove non c'erano dita.

Lydia chiuse il libro.

«Non sei stata tu, Misha», disse a bassa voce. E in quelle parole non c'era alcun tradimento, solo la chiarezza a cui aveva lavorato negli ultimi sei anni.

Non ci fu risposta. Ma il ritmo non scomparve.

Tornò in cucina e accese la luce. La lampada si accese senza esitazione e lo spazio si definì immediatamente, prestandosi all'osservazione. Il bollitore, la tazza, lo strofinaccio: ogni cosa acquisì una propria collocazione, quasi ad assumere obbedientemente il proprio ruolo. Lydia versò l'acqua, la mise sul fornello e improvvisamente si ritrovò ad ascoltare non la casa, ma se stessa, come in un luogo nuovo e inesplorato.

L'acqua bolliva lentamente. Bolle salivano dal fondo, scoppiando, e questo processo, sempre semplice, oggi sembrava una conversazione. Non parole, ma una sequenza di intenzioni. Sollevò il palmo della mano verso il bordo del bollitore, senza toccarlo, e sentì un calore familiare, crescente. Lo stesso che sul cuscino. Solo che qui aveva una ragione.

«Ragione», ripeté, come se stesse assaggiando la parola.

Il cancello si chiuse sbattendo all'esterno, questa volta con decisione. Dei passi risuonarono nel cortile. Lei non si stupì. La porta si aprì e apparve un vicino. Si tolse il berretto ed esitò, proprio come un mese prima, ma il suo sguardo era diverso ora: più composto, come quello di un uomo determinato a non arrendersi.

"Lida, mi dispiace... pensavo... che forse la tua luce stesse sfarfallando. La mia..." si interruppe, notando la luce. "Ah, capisco."

Entrò con cautela, come se non stesse entrando in una casa, ma nel ricordo di qualcuno.

Lydia lo guardò e, per la prima volta, non lo paragonò a nessuno. La sua presenza non soppiantò nient'altro, semplicemente prese il suo posto, come mettere una tazza accanto a una già presente senza rimuoverla.

«Desidera del tè?» chiese lei.

Annuì con la testa, sollevato, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo.

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