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L'eco di una canzone perduta: il segreto che scosse le fondamenta della villa Vargas

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In realtà, Sofia era l'unica compagna di Isabella.

Solo a scopo illustrativo.

Ha provato di tutto per aiutare la bambina ad aprirsi. Le leggeva storie, disegnavano insieme, giocavano con le bambole. A volte Isabella sorrideva, i suoi occhi si illuminavano di una gioia silenziosa, ma non un solo suono usciva dalle sue labbra.

Sofia sentì un legame sempre più forte con la bambina. Una tenerezza che le ricordava dolorosamente sua figlia, Luna. La stessa leggera inclinazione della testa. La stessa curiosa luminosità nello sguardo.

Una sera, la decima notte dall'arrivo di Sofia, la villa era avvolta dal suo solito silenzio soffocante. Sofia stava finendo di lavorare in cucina, l'unico luogo della casa dove si percepiva un po' di tepore.

Poi, all'improvviso, un suono.

Un sussurro.

Non era il vento che si insinuava attraverso una finestra non ben chiusa. Non era lo scricchiolio del legno vecchio. Era una voce.

La voce di un bambino.

Sofia si immobilizzò, stringendo forte lo strofinaccio nella mano. Se l'era immaginato? Aveva sentito davvero...?

Il suono si ripeté. Questa volta assunse la forma di una melodia. Dolce e delicata, ma inconfondibile.

Una ninna nanna.

Il cuore di Sofia ebbe un sussulto violento, battendo forte contro le costole.

Era quella canzone.

Proprio la ninna nanna che cantava alla piccola Luna ogni sera prima di andare a dormire. La stessa melodia che sua nonna, l'unica musicista della famiglia, aveva composto tanto tempo prima.

Nessun altro lo sapeva.

Le sue gambe iniziarono a muoversi prima ancora che potesse rendersene conto, spinte dalla paura e da un'improvvisa ondata di disperata speranza. Salì di corsa la grande scalinata di marmo, il respiro quasi soffocato dal battito frenetico del suo cuore.

La melodia si diffuse lungo il corridoio delle camere da letto.

Dalla stanza di Isabella.

Si avvicinò lentamente, ogni passo carico di tensione. La porta della camera di Isabella era leggermente aperta, lasciando una stretta fessura da cui la luce soffusa di una lampada da comodino si diffondeva nel corridoio.

Ora la voce era chiara.

Inconfondibile.

La voce di una bambina... che canta.

“Dormi, mia piccola luna, mia stella cadente, possa il sonno condurti in un mondo di pace…”

Ogni parola era esatta. Ogni nota perfettamente familiare.

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