Sofia si sistemò la divisa, il tessuto le sembrava leggermente rigido sulla pelle. Era il suo primo giorno intero di lavoro nella villa dei Vargas, un labirinto di corridoi di marmo e un silenzio soffocante. Nonostante il lusso che la circondava, l'aria le sembrava stranamente pesante, come se portasse con sé segreti a lungo sepolti.
Eppure, dentro di sé, il suo cuore batteva di una fragile speranza.
Aveva bisogno di quel lavoro. Erano passati anni, ma il dolore per la figlia scomparsa non si era mai veramente attenuato. Eppure, la vita andava avanti. Lavorare come tata in un mondo così diverso dal suo le offriva una distrazione, forse persino un piccolo rifugio.
La bambina di cui si sarebbe presa cura era Isabella, una bambina di sei anni con grandi occhi profondi e una bellezza quasi ultraterrena.
La signora Elena Vargas l'aveva presentata con controllata freddezza. «Isabella è… speciale», aveva detto, con voce delicata ma contenuta. «Non ha mai parlato. È muta.»
Sofia aveva osservato attentamente la ragazza. Isabella ricambiò lo sguardo, una misteriosa scintilla che le brillava negli occhi. Non sembrava una bambina muta. Sembrava piuttosto una bambina che aveva scelto il silenzio.
Le giornate assunsero uno strano ritmo. La villa era enorme, eppure la famiglia Vargas sembrava un'ombra che vi aleggiava. Il signor Ricardo, un uomo d'affari impegnato, non era quasi mai a casa. La signora Elena trascorreva il suo tempo partecipando a ricevimenti o rinchiusa nel suo studio.
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